MM - Writer
Pagina di Marcello Mariano, in veste di scrittore. Usciranno dei seguiti. Questa è una pagina vetrina, per vedere altro, andate su IG Marcello_mars_mariano
11/06/2026
Il mio stendardo romano
(scrivetemi qua sotto se volete il prompt)
11/06/2026
Oggi, 11 giugno, Jurassic Park compie 33 anni. Praticamente l’età di Cristo. Solo che invece di moltiplicare pane e pesci ha moltiplicato velociraptor, traumi infantili e persone convinte di poter accarezzare un T-Rex.
Eppure Jurassic Park non è solo un film sui dinosauri.
È una storia antichissima travestita da fantascienza. Una storia di hybris, il concetto greco che descrive il momento in cui l’essere umano smette di riconoscere i propri limiti e decide di giocare a fare il dio.
Per questo il film assomiglia più a un mito che a un documentario scientifico. Gli scienziati riportano in vita creature estinte, gli imprenditori trasformano una scoperta in un business e tutti ignorano la stessa domanda: possiamo farlo, ma dovremmo farlo?
Una domanda che la mitologia racconta da migliaia di anni, da Prometeo fino ai tragici greci.
E infatti il vero mostro di Jurassic Park non sono mai stati i dinosauri.
È l’idea che l’uomo possa controllare tutto.
Secondo voi, qual è il film moderno che più assomiglia a un mito antico?
10/06/2026
Se pensate che Tinder sia tossico oggi, aspettate di vedere quello dell’Olimpo.
Tra red flag, traumi irrisolti, vendette divine, trasformazioni in animali e problemi di gestione della rabbia, gli dèi della mitologia greca riuscirebbero a far sembrare una chat lasciata in visualizzato una storia d’amore sana.
Poseidone e Demetra sono solo l’inizio.
Swipe a destra o a sinistra?
Quale divinità della mitologia greca vorreste vedere nella prossima scheda Tinder?
09/06/2026
Ogni tanto penso che la fantasia venga trattata malissimo, come quelle cose che da piccoli ti concedono perché sei ancora innocuo, poi a un certo punto arriva la vita adulta, si mette gli occhiali da responsabile amministrativo e ti spiega che sarebbe ora di smetterla.
Come se immaginare fosse una specie di vizio infantile. Una cosa carina, sì, ma da lasciare lì insieme ai giocattoli, ai cartoni animati del pomeriggio e alla convinzione che da grande avresti dormito quanto volevi. Poi cresci e scopri che devi lavorare, pagare le bollette, rispondere alle mail con “grazie per il gentile riscontro” anche quando dentro di te si sta manifestando lo Stand di JoJo più violento della storia, pronto a urlare in giapponese contro chiunque abbia scritto “solo un rapido allineamento”.
Eppure io non riesco a considerarla una perdita di tempo. La fantasia non è il contrario della realtà, almeno non per me. È il modo che abbiamo per non farci schiacciare dalla realtà quando diventa troppo stretta, troppo ripetitiva, troppo piena di password dimenticate, call inutili, supermercati affollati e persone che riescono a trasformare anche un messaggio di tre righe in una piccola esperienza di dolore.
La fantasia prende tutto questo e non lo cancella, perché magari bastasse, però lo sposta un po’ più in là. Ti permette di guardare una giornata qualsiasi e pensare che forse non deve finire tutta dentro il perimetro delle cose pratiche. Che puoi essere stanco, adulto, pieno di scadenze e comunque avere ancora spazio in testa per un drago, un dio greco, un’astronave, una battuta cretina, un’avventura assurda o una versione alternativa di te che durante una discussione risponde benissimo subito, invece di trovare la frase perfetta tre giorni dopo mentre lavi una tazza.
A me questa cosa sembra quasi una forma di igiene mentale. Non quella frase motivazionale da tazza con scritto “sogna in grande”, che già mi fa ve**re voglia di lanciare la tazza, ma proprio la possibilità concreta di non diventare completamente grigi. Perché la realtà serve, per ca**tà. La realtà ti ricorda le scadenze, i documenti, i messaggi a cui non hai risposto, il fatto che il frigo non si riempie da solo e che il commercialista non è una creatura mitologica, anche se spesso comunica come una sibilla sotto stress.
Però se esiste solo quella, se tutto deve essere utile, produttivo, misurabile, presentabile, ottimizzato, allora a un certo punto non stiamo più vivendo: stiamo solo compilando un modulo molto lungo con qualche pausa caffè in mezzo.
E allora ben venga la fantasia. Ben vengano i mostri, le storie, gli eroi tragici, i poteri assurdi, le città immaginarie, le divinità vendicative, i personaggi vestiti in modo talmente esagerato che perfino Araki direbbe “forse abbiamo messo troppe cinture”. Ben venga tutto quello che ci ricorda che il mondo non finisce dove finiscono le cose serie, perché spesso le cose serie sono solo cose tristi che hanno imparato a darsi un tono.
Forse crescere non dovrebbe voler dire smettere di immaginare, ma imparare a farlo meglio, con più ferite addosso e meno tempo a disposizione. E forse è proprio per questo che serve ancora di più.
Perché una vita senza fantasia, alla fine, non è più adulta.
È solo meno colorata.
08/06/2026
La mitologia non serve a niente!
A meno che non ti interessino il cinema, la psicologia, il marketing, la politica, l'identità culturale o il modo in cui gli esseri umani raccontano se stessi da migliaia di anni. Oltre ai drammi.
I miti non sono favole antiche. Sono archetipi. Cambiano i nomi, cambiano i costumi, ma continuano a vive nelle storie che consumiamo ogni giorno.
La mitologia non è morta, ha solo cambiato vestiti.
Ogni tanto mi chiedo quanta energia serva per essere cattivi.
Non cattivi in senso tragico, eh. Non parlo del male con la M maiuscola, quello dei romanzi, dei film, dei grandi villain che almeno hanno un piano, un mantello, una colonna sonora, un sidekick. Parlo proprio di quella cattiveria piccola, quotidiana, domestica, quella che non cambia il mondo ma riesce comunque a renderlo un filo più sgradevole.
Quella cattiveria lì mi incuriosisce sempre.
Perché per criticare una cosa basta poco. Una cosa non ti piace, lo dici, magari anche con durezza, e finisce lì. È normale. È sano. Anzi, a volte è pure utile. Non siamo obbligati ad applaudirci tutti come alla recita di Natale delle elementari, dove anche il bambino che interpreta il terzo albero da sinistra viene salutato come Laurence Olivier. E neanche a menarcelo.
Però c’è una differenza enorme tra criticare e accanirsi. Criticare vuol dire che qualcosa non ti convince. Accanirsi vuol dire che quella cosa, per qualche motivo misterioso, ti ha acceso dentro una vocazione. Una chiamata. Un ministero. Ti svegli e pensi: oggi devo assolutamente far sapere a qualcuno che la sua esistenza, o il suo lavoro, o quello che ha scritto, o quello che ha detto, mi disturba profondamente, e devo cagà il c***o a tutti perché sono una persona sola.. E non basta dirlo una volta. No. Bisogna insistere. Bisogna bussare.
Mi colpisce proprio l’impegno de sta roba. Perché essere ostili richiede tempo. Devi pensarci, devi scrivere, devi rileggere, o almeno dovresti, devi inviare, poi magari aspettare una risposta, non riceverla, innervosirti perché l’altro non ti ha dato la soddisfazione di reagire, e allora magari rilanciare. È una fatica. È quasi un lavoro. Solo che non ti pagano, non maturi ferie e alla fine ti resta addosso soltanto quella vaga aria da persona che avrebbe bisogno di una passeggiata, di un abbraccio o di un corso base sull’uso della virgola.
Io non dico che bisogna essere tutti buoni. La bontà obbligatoria mi ha sempre insospettito. Anche perché spesso quelli che dicono “io sono una persona buona” sono gli stessi che poi ti avvelenano il pozzo, ti bruciano il raccolto e ti dicono pure che l’hanno fatto per aiutarti a crescere.
Però, almeno, si potrebbe provare a essere un po’ più eleganti nel proprio fastidio.
Non ti piace una cosa? Legittimo. La trovi br**ta? Ce sta.
Pensi che una persona abbia scritto, detto o fatto qualcosa di discutibile? Benissimo, benvenuto nel meraviglioso mondo delle opinioni, dove tutti siamo liberi di sbagliare con convinzione.
A volte una cosa non ci piace e basta. La si lascia lì. Si chiude il libro, il video, il post, la pagina, la conversazione. Si passa oltre. È un gesto semplice, quasi rivoluzionario ormai. Ignorare. Che non è sempre superficialità. A volte è igiene mentale. È dire: questa cosa non fa per me, ma non è necessario che io le dedichi un comitato d’inchiesta personale.
Io nella vita non apprezzo un sacco di cose. Alcune mi annoiano, alcune mi irritano, alcune mi fanno ve**re voglia di trasferirmi su un eremo e comunicare solo con i corvi. Però, nella maggior parte dei casi, faccio una cosa molto antica e molto sottovalutata: me ne vado. Non tutto merita la nostra energia. Non tutto merita il nostro fegato. Non tutto merita quella solennità ridicola con cui a volte trasformiamo un fastidio personale in una battaglia per la salvezza dell’umanità. Che poi quanto sarebbe figo saper parlare con i corvi?
E forse il punto è proprio questo. Molto spesso dietro certa cattiveria non c’è davvero una critica. C’è il bisogno di essere visti. Di lasciare un segno. Di dire “ci sono anche io”, solo che invece di dirlo con una cosa bella, utile, divertente o almeno vagamente interessante, lo si dice tirando una ciabatta contro la finestra di qualcun altro.
E fa quasi tenerezza.
Perché poi la tenerezza dura poco, soprattutto quando ti accorgi che alcune persone non vogliono discutere, non vogliono capire, non vogliono nemmeno davvero confrontarsi. Vogliono soltanto sporcare un angolo. Lasciare lì una macchia e andarsene con la soddisfazione di aver peggiorato lievemente l’arredamento. Anche perché ste persone so sole di solito, porelle.
Puoi anche avere ragione, ma se la esprimi come un biglietto anonimo lasciato nell’androne da un condomino sull’orlo del collasso, forse qualcosa si perde per strada. Puoi anche dire una cosa sensata, ma se la avvolgi nel rancore, nell’aggressività e in una sintassi che sembra caduta dalle scale, poi diventa difficile prenderla sul serio.
Perché anche la cattiveria, se proprio deve esserci, avrebbe bisogno di un minimo di stile. E invece spesso resta solo una cosa un po’ triste: una persona arrabbiata, tanto tempo libero e la convinzione che il mondo aspettasse proprio quel contributo lì.
Magari ogni tanto basterebbe fermarsi un attimo e chiedersi: questa cosa che sto per fare migliora qualcosa? Aggiunge qualcosa? Serve davvero a qualcuno? O sto soltanto cercando un modo elegante, o nemmeno troppo elegante, per rovesciare addosso a un altro una frustrazione che non so dove mettere?
Poi ognuno fa quello che vuole, ci mancherebbe. La libertà comprende anche il diritto di rendersi sgradevoli. Però io continuo a pensare che, quando una cosa non ci piace, abbiamo sempre una possibilità bellissima e sottovalutata: lasciarla andare.
Senza trasformare ogni fastidio in una guerra punica.
03/06/2026
Ganimede stava semplicemente vivendo la sua vita.
Figlio di un re, pastore nei campi intorno a T***a, famoso per una bellezza che faceva girare la testa a chiunque lo incontrasse.
Compreso Zeus.
E nella mitologia greca c'è una regola non scritta: quando il re degli dèi si interessa a te, la tua giornata sta per prendere una piega molto strana.
Promozione divina o rapimento con benefit?
Secondo voi Ganimede è stato il più fortunato o il più sfortunato tra i mortali?
01/06/2026
Eracle sembra il classico eroe tutto muscoli, leone e mostri presi a schiaffi.
Poi guardi gli amori e capisci che il vero boss finale era la sua vita sentimentale.
Megara, Onfale, drammi, travestimenti, follia, redenzione e un livello di casino che manco Zeus nei giorni migliori.
Il semidio più forte della mitologia greca, alla fine, era umanissimo.
Secondo te Eracle faceva più danni con la clava o col cuore?
27/05/2026
Creonte ha quell’energia da manager convinto che “senza regole finisce tutto nel caos”.
Antigone invece è una di quelle persone che, pure sapendo di perdere, non riescono a stare zitte.
E quindi parte il disastro.
La cosa tremenda delle tragedie greche è questa: quasi nessuno pensa di essere il cattivo.
Stanno tutti solo difendendo qualcosa. Il potere. La famiglia. L’ego. L’idea di avere ragione.
E nel mentre si rovinano la vita a vicenda.
Tu a un ordine ingiusto obbedisci o inizi a fare guerra?
26/05/2026
Perseo arriva convinto di dover uccidere un mostro della mitologia greca e scopre la peggiore situazione possibile: una cosa che non puoi nemmeno guardare negli occhi.
Zero frasi motivazionali, zero “io non ho paura”. Qua basta un secondo e diventi una statua inquietante in mezzo a una caverna.
E allora fa la cosa più intelligente possibile: non affronta Medusa direttamente.
La evita. La guarda di riflesso. Combatte senza darle davvero gli occhi addosso.
Che è pure una lezione parecchio umana, se ci pensi.
Non tutto si risolve fissando il problema a testa alta come nei post LinkedIn. Alcune cose ti distruggono appena gli dai attenzione.
Secondo te Perseo è stato coraggioso o semplicemente furbo?
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