ComunqueMilan

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Un milanismo diverso, grande come l'universo. Scusate il "noi", ma siamo una decina. E abbiamo anche un negozietto: https://comunquemilan.hoplix.shop

07/08/2026

Colpisce il modo in cui tante storie - che d'accordo, non sono state bellissime ma non di rado belline - siano finite in mestizia. Addio e peccato per i Mondiali, eh.

06/08/2026

Pippo da Affori, prodotto del vivaio milanista, se n’è andato in punta di piedi così come allenava. Ben cinquant’anni fa è stato, per 15 partite, una delle pedine sacrificali di una di quelle banter eras che ci toccano più spesso di quanto vorremmo - e chi ricorda quella tra il 1973 e il 1979 ne parla ancora con terrore.

Tra tutti i personaggi in guerra stile (Duina, Rivera, Vitali, Buticchi, Rocco, Padre Eligio, e tanti giocatori avvelenatissimi), il “Mago Rosso” – perché si riteneva fosse comunista, malgrado l’evidente incapacità di mangiare dei bambini – veniva dal Cesena, da lui portato in Coppa Uefa (!), ma pagò i problemi di una squadra il cui presidente era un po’ troppo vulcanico, i cui tifosi erano pronti a farsi cucinare dai giornali (ma siamo molto cambiati, vero?), la cui punta di diamante, Calloni, fece 5 gol in tutto il campionato, e in cui tutti si facevano sgambetti, persino vecchi amici come il Paròn Rocco, direttore tecnico, e Gianni Rivera, dirigente-giocatore.

Arrivato per innovare (con un modulo all’epoca semisconosciuto chiamato “gioco a zona”), le provò tutte, ma non riuscì a ottenere un gioco plausibile, né risultati accettabili dalla maggior parte dei senatori, come prova il disastro negli ultimi minuti degli ottavi di Coppa Uefa contro l’Athletic Bilbao: tre regali in una sola azione da Bigon, Albertosi e Sabadini, per aiutare i baschi a segnare il gol-qualificazione. Alla fine del girone di andata Rocco tornò in panchina, ma ebbe qualche problema anche lui a far arrivare 10° il . Se non altro, il Paròn vinse la Coppa Italia battendo in finale un’altra squadra milanese. Marchioro ha avuto una lunga carriera un po’ ovunque (qualcuno lo ricorderà alla Reggiana e al Genoa negli anni 90) ma non ha mai più avuto occasioni in grandi squadre. Peccato.

05/08/2026

CHI C’ERA ha fatto bene. Aveva dentro qualcosa, ed è tornato avendo dentro qualcosa in più.
CHI NO, forse non poteva. Forse non se la sentiva. Forse - anzi, nessun forse, è affar suo e non nostro. Ma non ce la sentiamo di dire che se non c’era, NON aveva dentro qualcosa. Tra noi di , qualcuno è andato in Sant’Ambrogio. Qualcuno invece non ce l’ha fatta. Può succedere.

Quanto alla squadra: è a due giorni da Milano, è stato preso un impegno – non un impegno importantissimo, direte voi: oggi giocano contro un'altra squadra. Non è una partita importante ma nonostante questo lui, ,

(e scusateci la frase che sta arrivando, che contiene sempre un po’ di arroganza e presunzione)

Lui avrebbe voluto così. Lui rispettava gli impegni. Sapete cosa? Secondo noi, Baresi non avrebbe abbandonato il per andare al funerale di Baresi.

E certamente non avrebbe approvato che qualcuno fosse fischiato al suo funerale, fosse anche il più sgradito. Persino se si fosse presentato l’omuncolo che presiede il Senato della Repubblica, Franco Baresi avrebbe invitato a non fischiare nemmeno lui.

Quindi, cerchiamo di non fare altre polemiche. La solita malignità, lasciamola per esempio al quotidiano a libro paga di un’altra squadra (…con regolare contratto, ci mancherebbe). Di polemiche ce ne aspettano già troppe, estenuanti, tra poche settimane. Anche quest’anno. Sarebbe bello se quest’anno provassimo a voler bene al Milan e basta, come faceva il Capitano.
Sìììì, lo sappiamo: dovrebbe farlo la società, dovrebbero farlo i giocatori, va bene. Ma iniziamo a farlo noi, se davvero siamo meglio di loro.

04/08/2026

Chi poteva, tra noi di , è andato ai funerali di . Chiunque fosse presente potrebbe raccontarlo a modo suo, e infatti DJ Marco Rigamonti fa proprio questo - ma il nel finale il suo racconto diventa, crediamo, quello che avrebbe potuto scrivere ogni singolo milanista.....E POI SUCCEDE TUTTO ALL'IMPROVVISO

Avvicinandomi in motorino al centro di Milano, inizio a intravedere qualche maglia rossonera. Mi dico: qualcuno ci sarà per forza, dai. Anche se tanti saranno al mare: la notizia è arrivata il 1 agosto. Milioni di milanisti saranno stati già via, o in autostrada, in treno, all’aeroporto.
Giro l’angolo e vedo un fiume di persone.

Eppure è un martedì del mese più caldo di sempre, il mese in cui la città è deserta - ed è l’agosto più caldo di sempre. La gente dovrebbe essere al mare.

È qui, il mare. Un mare di gente.

Vi ricordate? Circa un quarto di secolo fa, quando i social erano ancora un miraggio e i pettegolezzi ci raggiungevano esclusivamente attraverso il passaparola, era circolata una voce su un problema serio di salute di Franco Baresi.

Affrontando l'argomento con mio zio Enrico a San Siro in un pre-partita qualsiasi di chissà che campionato, ricordo che lui si era arrabbiato moltissimo; mi aveva detto che lo dovevano lasciare in pace, e che nessuno era autorizzato a scherzare sulla vita delle persone.
Non mi sono mai davvero chiesto se lo zio avesse la certezza che quell’indiscrezione fosse falsa o se la rifiutasse categoricamente al punto da respingerla a priori; non era importante. L'unica cosa che ho percepito dalla sua per niente celata incazzatura era la ferma intenzione di proteggere e rispettare l'uomo, ancora prima del calciatore. Un uomo con il quale sentiva di condividere diversi valori. Un uomo che per comodità chiameremo “d’altri tempi” (anche se la definizione andrebbe rafforzata esponenzialmente: Franco Baresi GIA’ AI TEMPI era un uomo d’altri tempi).

Zio Enrico se n'è andato 5 anni fa, senza potere assistere al recente sciacallaggio preventivo di alcune illustri testate giornalistiche.
Conoscendo i suoi principi, la sua devozione per il Capitano e il suo spirito battagliero, credo che si sarebbe alterato al punto da investire ogni briciolo della sua energia per piantare il casino più grande che avrebbe potuto piantare nei limiti consentiti dalla legge (...che ne so, mettere su una raccolta firme per individuare i responsabili della diffusione della notizia pretendendo scuse ufficiali o umiliazioni pubbliche). Posso quasi immaginare il nostro dialogo nella mia testa. “Zio, quelli che fanno girare queste cose non vengono mai fuori. Non è più come prima, ora pare si possa scherzare su tutto. Succede una tragedia, e si fa un meme. E non per giustificare gli autori di questa porcheria, ma oggi le visualizzazioni contano troppo, c’è chi venderebbe i figli per le visualizzazioni”. “Come sarebbe a dire le visualizzazioni?” “Ti ricordi quando mi dicevi che Franco Baresi non avrebbe mai vinto il pallone d’oro, perché per vincerlo servono i gol? Ecco, i gol sono come le visualizzazioni. La sostanza certe volte si piega ai numeri”.

Non credo che la mia spiegazione l’avrebbe convinto. Anche perché non convince nemmeno il sottoscritto.

In ogni caso, l’argomento in questione sarebbe stato accantonato pochi giorni più tardi. E la mattina del 4 Agosto, con 38 gradi all’ombra, zio avrebbe indossato la sua sciarpa di lana (!) rossonera e si sarebbe presentato alla Basilica di Sant’Ambrogio con almeno un paio d’ore di anticipo, per essere sicuro di trovare parcheggio e arrivare puntuale all’ultimo saluto del Numero 6. Questione di priorità. O di sostanza, che dir si voglia.
C’è già tanta gente e mi posiziono dove so che non vedrò nulla, ma non fa niente; l’unica cosa importante è essere qui, vicino al primo Capitano della mia vita.

Per me più che un calciatore è stato per anni sinonimo di certezza assoluta. Non credo di avere mai captato un flebile segnale di indolenza nel suo atteggiamento; nemmeno con 5 gol di vantaggio. Nemmeno in amichevole. Lui c’era anche quando le leggi della medicina sconsigliavano recuperi forzati, in tempi così brevi da risultare folli (Pasadena, 1994). Lui c’era anche quando tutte le ragioni di questo mondo (eccetto la fede) avrebbero portato chiunque altro a scegliere di trasferirsi in qualche club in lotta per traguardi molto più dignitosi di una semplice promozione in serie A. Lui c’era anche quando le regole gli imponevano di non calcare fisicamente il terreno di gioco (Atene, 18 Maggio 1994): perché sapeva far sentire la propria presenza anche quando non si può giocare; e quando si gioca fare sentire la propria presenza senza prendersi la scena, ma con i fatti.

Inforcare il motorino e arrivare qui è stata la cosa più naturale del mondo. Ora, però, sono un po’ in difficoltà. Come si rende tributo a un uomo in grado di stare sotto i riflettori senza quasi farsi notare?

Qui ormai è tutto un’americanata, sorrisi bianchi e selfie, lasciate un like e seguite la pagina. Dove si trova l’equilibrio, Franco?

Che faccio, mi unisco ai cori da stadio che obbligatoriamente scatteranno oppure sto in rispettoso silenzio a osservarti passare per l’ultima volta? Scatto una foto per commemorare il momento o tengo il telefono in tasca? Esiste un equilibrio tra immensa gratitudine e grandissimo rispetto, Franco?

Poi succede tutto all’improvviso: parte un applauso, e subito dopo sento migliaia di persone all’unisono che intonano “Un Capitano, c’è solo Un Capitano”.

L’istinto prevale sulla compostezza e sono pronto a urlare anch’io, ma in gola qualcosa mi si strozza prima di riuscire a emettere la prima sillaba. Deglutisco e comincio ad applaudire, tra brividi e occhi gonfi. Lascio passare una manciata di secondi, forse un minuto, poi mi unisco al coro.
Perché sei (e sarai) per sempre Franco Baresi. Il Nostro Capitano...
(foto di Mino Minoni)

04/08/2026

Un pezzo di stoffa? Forse. O forse, la parte più viva e vibrante di un popolo che sfida il tempo e le tempeste.

03/08/2026

Conoscendo l'attuale sindaco di Milano (ma siamo sicuri, anche i prossimi venti, sempre immancabilmente di quella sponda), il massimo che potrebbero intitolargli è un'altalena di un parco giochi di Quarto Oggiaro - e anche per questo, molto probabilmente .

02/08/2026

Sì, in effetti è un lutto in famiglia.

02/08/2026

Girava voce che il avesse appeso il tablet al chiodo e non scrivesse più di calcio - ma tutti sapevamo che non poteva esimersi dal ricordare . Che nominiamo noi, perché nella sua orazione funebre è semplicemente, naturalmente...
..

IL CAPITANO

La notizia mi è arrivata mentre ero ai giardinetti con Lello, il figlio più piccolo di mia moglie, 11 anni, milanista dalla nascita con una decisa e del tutto casuale accelerazione da quando sono rispettosamente entrato nella sua vita, ricoprendolo di più maglie del Milan di quante ne abbia mai comprate per me in 50 e rotti anni.
‘E’ morto il Capitano’. Leggo il cellulare. Gli occhi lucidi, le gambe che tremano, sembra che la terra mi manchi sotto i piedi.
‘Che è successo?’
‘Nulla Leo’. Ma non si può nascondere niente ad un bambino perspicace.
‘E’ morto Baresi!’
‘Sì Leo’
‘Era un difensore fortissimo.’
‘No, non esattamente’
Ci riprova: ‘Il più forte dei difensori.’
Sì, anche. Cioè, per me quello non si discute nemmeno, ma non è il punto. Il punto è che era IL CAPITANO.

Il Capitano l’ho incontrato solo una volta, per un’intervista. Era esattamente come me lo aspettavo, schivo, gentile, riservato, sorridente, ma comunque impacciato nel rispondere a delle domande. Abbiamo anche discusso parlando di Verona-Milan nel 1990. Io mi sono infervorato: l’arbitraggio scandaloso di Lo Bello, le espulsioni, una partita manifestatamente rubata.
Lui: ‘Siamo stati sfortunati in un paio di episodi’. Tutto qui. Quel che doveva dire, quel che doveva fare, l’aveva già detto e fatto in campo, come sempre.

Per questo l’amavamo. Perché aveva fatto una scelta, quella più difficile, quella di rimanere, malgrado tutto. La fascia sul braccio a 22 anni compiuti da poco, la fatica, il sacrificio, l’orgoglio.

Il Capitano. Quando il mio amico Andy, giornalista inglese di lungo corso, uno che nella vita ha vinto tutto perché di mestiere segue la sua squadra del cuore, il Manchester United, è venuto a trovarmi a Milano, è rimasto stupito quando fuori da San Siro ci ha chiesto chi fosse il giocatore a cui eravamo più legati. Gli abbiamo sorriso e risposto per educazione, perché era anche una domanda superflua.
Si aspettava più nomi: Paolo Maldini, Kakà, Sheva. Magari ANCHE quel nome. Ma un plebiscito, totale e definitivo, no. Il Capitano. E gli abbiamo spiegato che non ci serviva nemmeno chiamarlo per nome e cognome, anzi, ci sembrava quasi irrispettoso. Non perché non ce ne siano stati di importanti, prima e anche dopo, ci mancherebbe.
Ma c’è solo un Capitano.

Non so perché ma ho pensato a Shane McGowan, anche se non potrebbero esserci due persone più diverse. Poeta, matto, autodistruttivo uno. Affidabile, serio, autorevole l’altro. Ho pensato a quando è scomparso Shane, qualche notte dopo al Pogue, tutti a cantare le sue canzoni, a ricordarlo, perché era stato importante per ognuno di noi, le macchine che sfrecciavano per Porta Romana, la tristezza in fondo ad una pinta.

Non basterebbero tutte le Guiness del mondo per brindare al tuo nome, non basterebbero tutti le notti, non basterebbero tutti i giorni passati a San Siro o da qualche parte in giro per l’Italia e l’Europa.
Per questo ti teniamo qui, sul cuore.
Perché è quello che tu sei sempre stato e sarai per sempre:
il nostro cuore.
Il nostro Capitano.

01/08/2026

Ricordi da mettere via: quelli di Andriy , Paolo , Arrigo , , Ruud , e in rappresentanza di noi che non ci abbiamo giocato ma gli abbiamo voluto bene, Gruppo Secondo Rosso(nero). Se ne avete altri da segnalare, siamo qui.

01/08/2026

Vi lasciamo qui anche la versione podcast di "Franco, io non so come si fa" realizzato da Max Bondino (la promessa è sempre la stessa).

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