Ohvale Rugby Blog
Rugby blog for rugby life
09/09/2026
Diego Dominguez entra nella Hall of Fame del rugby mondiale, ed è il riconoscimento più naturale per un giocatore che ha davvero fatto la differenza nella storia del rugby italiano.
Si è ritirato nel 2004 e, anche se sono passati più di vent’anni, con buona pace delle frequenti discussioni su chi possa essere considerato il suo erede, quell’erede ancora non c’è.
Il rugby è cambiato profondamente, e con lui è cambiato anche il modo di interpretare la regia con la maglia numero 10. È cambiata pure l’Italia, che per tanti, forse troppi anni, si è aggrappata alle qualità di Diego per vincere partite cruciali o semplicemente per restare a galla quando l’avversario era nettamente superiore.
Faccio parte di una generazione che ha iniziato a seguire la palla ovale a metà degli anni Novanta, quando solo riuscire a vedere una partita internazionale in televisione poteva diventare un’impresa. Forse anche per questo le giocate di Dominguez mi sono rimaste impresse in maniera quasi indelebile.
Da allora non ho più visto nessuno con la sua stessa capacità di alleggerire la pressione avversaria attraverso calci di spostamento precisi al millimetro. Le qualità dalla piazzola non si discutono nemmeno: per molto tempo è stato il secondo miglior marcatore della storia del rugby internazionale, dietro a Neil Jenkins.
Poi c’era il drop, di cui era un artista assoluto. Una soluzione tattica oggi quasi dimenticata, ma che con lui era diventata una consuetudine. E in difesa? Presente. Non si è mai tirato indietro.
Un regista completo, di enorme personalità, sostenuto peraltro da un Alessandro Troncon nel pieno della maturità agonistica.
Il ricordo più significativo? I 29 punti segnati contro la Scozia nell’esordio dell’Italia nel Sei Nazioni.
Dopo circa quindici minuti sbagliò il primo calcio di punizione assegnato all'Italia, evento quasi insolito per uno come lui. Poi fece quello che fanno i grandi campioni: rialzò la testa e cominciò a colpire.
Sei calci di punizione, tre drop e una trasformazione. Una prestazione individuale superlativa in quella che, ancora oggi, resta una delle vittorie collettive più belle della storia del rugby italiano.
Chapeu Diego!
06/09/2026
Sudafrica-All Blacks, un passo avanti nel futuro e uno indietro nel passato.
Ogni sfida tra i due giganti del rugby mondiale serve a capire in che direzione sta andando il gioco, ma anche a ricordarci una cosa semplice. Nei momenti decisivi, l’identità di un movimento torna sempre fuori.
Il Sudafrica è passato in vantaggio per 2-1 nella serie Greatest Rivalry, vincendo 29-24 una partita intensa, fisica e molto equilibrata. Un bello spot per chi ama il rugby adrenalinico, ma anche una possibile anticipazione di quella che, tra un anno, potrebbe essere la finale mondiale.
Gli All Blacks non sono tornati, perché in realtà non se n’erano mai andati. Hanno semplicemente trovato un allenatore empatico, capace di rimetterli nelle condizioni di giocare secondo la loro filosofia. Anche loro, al netto delle burrasche passate, hanno giocatori di altissimo livello.
La vera differenza rispetto al Sudafrica sta nella profondità delle scelte. E non è un dettaglio.
La grande rivoluzione di Rassie Erasmus è stata proprio questa: costruire un gruppo allargato pieno di qualità, alternative e giocatori intercambiabili.
Oggi nessuna squadra al mondo può mettere in campo 23 uomini complessivamente più forti di quelli sudafricani.
È quel numero, 23, a fare la differenza.
Se uno dei titolari non rende al massimo, c’è sempre qualcuno pronto ad alzare il livello.
Prendiamo Morné van den Berg. Il mediano dei Lions deve convivere con la concorrenza di tre nomi pesanti come Faf de Klerk, Cobus Reinach e Grant Williams. Eppure, entrato nella ripresa, ha placcato tutto, ha calciato bene, ha aumentato il ritmo e ha inciso più di Reinach proprio nell'ultimo quarto, esattamente il momento in cui la partita andava vinta.
Quello di Van den Berg è soltanto un esempio, ma aiuta a capire dove potrebbe spostarsi l’equilibrio alla prossima Coppa del Mondo.
Quando le nazionali arrivano al completo e al massimo della condizione, le partite internazionali diventano inevitabilmente sfide punto a punto. E a quel livello vince chi può contare non soltanto su quindici titolari forti, ma su 23 giocatori di personalità, duttili, affidabili e perfettamente dentro l’obiettivo.
Al momento, nell’emisfero nord, soltanto la Francia sembra davvero in grado di avvicinarsi a quello standard.
31/07/2026
Viadana e, probabilmente, Rovigo lasciano la Lega Italiana Rugby. Quello che sta accadendo non è nulla di nuovo sotto il sole d’agosto: le diatribe tra i club e gli organi di governo del rugby italiano sono ormai una consuetudine, non un’eccezione.
Non entro nel merito di questo abbandono, che ritengo rispettabile come ogni decisione presa da presidenti che investono tempo e denaro in uno sport dal quale, molto spesso, non ricevono nulla in cambio.
Resta però un tema culturale, profondamente radicato nella nostra palla ovale. Non siamo semplicemente fatti per lavorare in sinergia. Ci sono club che non si riconoscono nei metodi federali e, dall’altra parte, una Federazione che troppo spesso ha alzato steccati altissimi nei confronti delle società non allineate.
Ognuno costruisce il proprio rugby, con le proprie convinzioni, il proprio modo di giocarlo, insegnarlo e raccontarlo. L’idea di lavorare per il bene del movimento, rinunciando almeno in parte alle proprie posizioni in nome di un obiettivo più grande, è condivisa da pochissime realtà. C’è chi viene assalito da improvvisi lampi di esterofilia e chi entra in modalità Marchese del Grillo: «Io so’ io e voi non siete un cxxo».
Basta passare in rassegna le unioni e le divisioni che ogni stagione caratterizzano il precampionato. Nasce una sinergia tra società e, nello stesso momento, fallisce una squadra oppure qualcun’altra decide di tornare a correre da sola.
In questo quadro complicato, la Lega ha comunque svolto egregiamente il proprio lavoro. Per chi non è un insider e non conosce i rapporti di forza interni alla LIR, l’unico metro di valutazione possibile è quello promozionale. E da questo punto di vista le cose sono state fatte bene: l’organizzazione delle finali di Serie A Elite, le iniziative di comunicazione e, soprattutto, l’idea che esista un gruppo di lavoro dedicato a dare un’identità a un campionato a tutti gli effetti bistrattato.
Potremmo discutere per giorni su chi abbia ragione e chi no, ma resta un fatto difficilmente contestabile: la Serie A Elite non rappresenta il massimo livello del rugby italiano e non è l’asset principale della Federazione. La Nazionale maggiore maschile e le due franchigie di URC vengono prima di tutto il resto.
Dunque le critiche alla Lega si possono anche fare, ma chi farebbe meglio, avendo tra le mani un prodotto che, nei fatti, è “Elite” soltanto sulla carta?
24/07/2026
Quando nel 2011 Jacques Brunel diventò l’allenatore dell’Italia, la parola d’ordine ripetuta come un mantra era equilibrio.
Gli Azzurri erano reduci dalla gestione di Nick Mallett, un periodo in cui prima di tutto si puntava a non prenderle, la mischia picchiava duro e i trequarti non rappresentavano esattamente la nostra miglior arma offensiva. Dopo un inizio brillante (vittoria con la Scozia e colpaccio sfiorato con l’Inghilterra nel 2012, successi contro Francia e Irlanda nel 2013) anche il suo mandato si assestò in quella zona grigia che ha contraddistinto il lavoro di gran parte dei ct dell’Italia dall’ingresso nel Sei Nazioni.
Perché è importante rivangare l’era del baffuto allenatore occitano? Perché il problema dell’Italia è sempre quello: l’equilibrio. Un concetto che vale per tutto, dall’omogeneità dei reparti alla continuità dei risultati, fino alle reazioni di stampa e tifosi. Siamo fatti così: capaci di vittorie esaltanti e di tonfi paurosi. Sul piano tecnico questo è un grande problema, perché ci fa perdere di vista l’obiettivo principale della nazionale: vincere e dare lustro al movimento. Se il livello delle prestazioni fosse equilibrato, non saremmo qui a rammaricarci di un’estate terribile dopo un bellissimo inverno.
Un primo squilibrio è lampante, ed è di natura culturale. Il rugby italiano è un po’ come la scuola: va in vacanza a giugno e si ritrova a settembre. Se questo aberrante modus operandi può andare bene per il rugby di base, lo stesso non si può dire per l’alto livello. Quando gli Azzurri escono dalla zona di comfort dello stadio Olimpico fanno una fatica enorme. Però l’estate è anche questa: match duri, da affrontare con abnegazione e con lo stesso spirito di febbraio. E questo focus sull’obiettivo, sinceramente, sembra mancare quando si viaggia dall’altra parte del mondo.
Poi c’è stato uno squilibrio tecnico. Dai coach come Mallett, che volevano una squadra di otto fabbri davanti senza curarsi troppo del resto, a Crowley, che faceva giocare l’Italia tutta all’attacco come Zeman faceva giocare il Foggia ai tempi di Rambaudi, Signori e Kolyvanov. Quesada è un allenatore molto più strategico, e per certi versi non sembra così distante dal pensiero di Brunel. Ma è chiaro che deve ancora lavorare sulla capacità di reiterare le prestazioni lungo un arco temporale più ampio. A questo dovrebbero contribuire anche le franchigie, che nel 2026 hanno fatto un po’ poco per consegnare un blocco di giocatori tirati a lucido per andare nell’Emisfero Sud e fare i numeri.
Infine c’è uno squilibrio di opinioni, che a suo modo condiziona anche la parte sportiva. Si sa, la nostra palla ovale è ancora un po’ figlia di quella tonda. Ed ecco che certe iperboli giornalistiche riprendono lo stile calcistico, soprattutto quando vinciamo. Partono i paragoni azzardati e i voli pindarici. Il nostro pack fa la voce grossa al Sei Nazioni? E via di esagerazioni (“la mischia più forte del mondo”) e fuochi d’artificio vari. Qualche giocatore mette insieme due belle prestazioni di fila? Abbiamo risolto il problema della profondità e improvvisamente ci scopriamo ricchi di alternative, quando sappiamo tutti che la coperta non è corta, è cortissima.
Niente di tutto questo è vero o falso in senso assoluto. La nazionale è più o meno sempre lì: galleggia tra la parte bassa della prima colonna e la parte alta della seconda colonna del ranking. Siamo cresciuti rispetto al passato, ma non così cresciuti rispetto ai nostri competitor. I rapporti di forza nello scenario internazionale sono molto più fluidi rispetto a qualche anno fa. Vai in Giappone nell’estate 2024 e ti sembra di affrontare un gruppo di boy scout, ci torni due anni dopo e ti trovi davanti un branco di samurai. Stordisci il Galles per due anni di fila e poi lo vedi risorgere proprio quando sarebbe il momento di chiudere il miglior Sei Nazioni di sempre.
Nella terra di mezzo in cui siamo, non è più possibile vivere sulle montagne russe. Qualche successo altisonante arriverà ancora, ma il vero passo in avanti sta tutto nel rendere abituali quelle prestazioni che talvolta siamo riusciti a tradurre in vittorie da album dei ricordi. Lo diceva Jacques Brunel nel 2011, e vale anche per la nazionale di Gonzalo Quesada quindici anni dopo.
18/07/2026
L’Australia ha confermato quello che si era già visto contro Irlanda e Francia, è una squadra ancora imperfetta, ma con punti di forza chiari. Il gioco a terra, la presenza nel breakdown e la capacità di sporcare i possessi avversari possono dare fastidio a chiunque.
Lo ha visto da vicino l’Italia, sostanzialmente soffocata da una squadra più forte a ogni livello.
Il 57-10 è una bella tariffa, soprattutto perché arriva contro un’avversaria che avevamo battuto otto mesi fa e che nel ranking ci sta sopra di poco. Tre partite, tre sconfitte, e la sensazione di essere stati quasi sempre in balia dell’avversario.
Adesso partirà la solita riffa delle attenuanti, la squalifica di Quesada, il finale di stagione, gli infortuni, la stanchezza, il contesto. Tutto vero, tutto legittimo. Però forse possiamo anche dircelo: è possibile essere un po’ più esigenti nei confronti di questa Italia?
12/07/2026
Il Nations Championship dell'Italia è partito male: due sconfitte nette in due partite. A Tokyo era umido, la logistica non ideale, a Wellington ci si è messo di mezzo l'arbitro e sicuramente a Perth troveremo un'Australia furiosa per le due debacle con Irlanda e Francia. Tutto vero, tutte criticità comprovate, una cosa però non mi è chiara. Abbiamo invitato Velasco nelle strutture federali, ne celebriamo il pensiero in ogni Club House, parliamo di crescita e ambizioni, ma poi ogni volta che la nazionale perde c'è sempre un'alibi. Non pensate che sia anche questo atteggiamento a frenare il cambio di passo del nostro movimento?
11/07/2026
[NZ 47 ITA 17] Il Nations Championship degli Azzurri prosegue con un’altra sconfitta, questa volta contro una Nuova Zelanda capace di segnare 7 mete e di controllare il match, nonostante la carica agonistica mostrata dagli uomini di Quesada soprattutto nel primo tempo.
La sfida attitudinale, in qualche modo, l’abbiamo pareggiata. Poi però gli All Blacks vincono perché, quando hanno il pallone tra le mani, restano più in piedi di noi, avanzano più di noi, impattano più forte di noi. E sulle transizioni, soprattutto dai palloni di recupero, trovano spazi, accelerano e sanno fare male come poche squadre al mondo.
Buona la gestione collettiva della salita difensiva nel primo tempo, forse un po’ indisciplinata, ma comunque gagliarda. Anche in attacco l’Italia non si è tirata indietro, provando a sfidare un muro fisicamente durissimo e cercando di rompere la linea con coraggio.
Cosa resta di questa partita? Prima di tutto la reazione caratteriale dopo la br**ta prova di Tokyo. Poi la soddisfazione di aver aperto le marcature a Wellington e alcuni gesti tecnici interessanti: i placcaggi volanti di Brex, gli offload di Menoncello e, più in generale, una buona confidenza nelle continuità dirette, un aspetto che non fa esattamente parte del nostro DNA rugbistico.
Non si può però cancellare il risultato finale. Nel secondo tempo non c’è stata partita: gli All Blacks sono ancora su un altro livello, anche dal punto di vista fisico. Questo tipo di sfide celebra il sacrificio dei nostri ragazzi, ma poi presenta il conto in infermeria, dove sono finiti Lorenzo Cannone, Malik Faissal e Tommaso Allan.
Niente drammi, abbiamo perso contro la seconda squadra del ranking mondiale. La sfida più grande, adesso, è chiudere il trittico di partite senza sbracare. Tra una settimana, in Australia, sarà un’altra trincea.
10/07/2026
La vigilia di All Blacks-Italia non è esattamente di quelle elettrizzanti. Dopo la sconfitta e la prova scialba contro il Giappone, le aspettative nei confronti degli Azzurri si sono abbassate. Anche perché l’avversario di domani, inutile girarci intorno, fa abbastanza paura.
Guardando quello che è successo in Nuova Zelanda-Francia, ci si accorge che le qualità interpretative dell’attacco neozelandese sono ancora intatte. I Bleus sono stati messi in difficoltà da una bella alternanza tra verticalità, mani veloci e capacità di attaccare lo spazio. Gli All Blacks di Dave Rennie, però, non sono infallibili, soprattutto in difesa. La Francia ha saputo sfruttare le loro salite disomogenee, la lentezza nel ripiazzarsi e alcune falle evidenti nei placcaggi uno contro uno.
La Nuova Zelanda resta un cantiere aperto e certi problemi non si sistemano in una settimana. Questo, però, non cambia il dato di fondo: il valore complessivo degli avversari è superiore al nostro e il pronostico sembra già scritto.
Lamaro e compagni, però, hanno l’obbligo di cancellare la pochezza della prestazione di Tokyo e di alzare i giri del motore per evitare l’imbarcata. Senza niente da perdere, e con la maturità di una squadra che in passato ha già saputo reagire a momenti difficili, mi aspetto almeno una Nazionale reattiva, presente e finalmente riconoscibile.
09/07/2026
La conferenza stampa di annuncio della formazione argentina per la partita contro il Galles è diventata, inaspettatamente, interessante anche per il pubblico italiano. Felipe Contepomi ha infatti parlato della situazione di Domingo Miotti, uno dei grandi esclusi dalla rosa dei Pumas, lasciando filtrare una notizia piuttosto rilevante: il mediano d’apertura avrebbe scelto di non rispondere alla convocazione dell’Argentina perché intenzionato a giocare per l’Italia.
Si tratta di una dichiarazione significativa per la nazionale azzurra, che potrebbe inserire nel proprio gruppo un giocatore di alto livello, oggi protagonista in Top 14 con il Montpellier: Miotti è stato infatti l’apertura titolare della squadra francese campione di Challenge Cup e finalista del massimo campionato transalpino.
L’operazione sarebbe possibile dal punto di vista regolamentare. Miotti non gioca con i Pumas dal 2022 e, secondo le norme di World Rugby, potrebbe diventare eleggibile per l’Italia grazie alle sue origini familiari e al periodo di inattività internazionale superiore ai tre anni dall’ultima presenza con la nazionale argentina.
Resta ora da capire quali saranno gli sviluppi concreti della vicenda. Intanto, il dato è tutt’altro che banale, non capita spesso che un giocatore eleggibile per l’Italia scelga la maglia azzurra pur essendo ancora nel giro di una nazionale di prima fascia e superiore nel ranking mondiale.
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Le parole di Contepomi: " A causa dell'infortunio di Choco (Santiago Chocobares), dopo la finale abbiamo chiamato Mingo per chiedergli di unirsi alla squadra e abbiamo avuto una bella chiacchierata. Ma lui ha un'altra opzione, ovvero giocare per l'Italia. Lì vede un'opportunità migliore. Abbiamo parlato bene e abbiamo accettato la sua decisione . Lo sosteniamo, e certamente non è stata una decisione facile, ma la appoggiamo. Non dobbiamo giudicarlo, assolutamente.
04/07/2026
[J*P 27 - ITA 10] Che dire? Italia sinceramente tremenda. Non tanto per la sconfitta con il Giappone in casa loro, che ci può anche stare, quanto per una prestazione insufficiente sotto tutti i punti di vista.
Vogliamo parlare di errori di handling? Parliamone. Vogliamo parlare di una difesa poco arrembante e confusionaria? Parliamo anche di questo. Prima di tutto però bisogna riconoscere che l’Italia si è presentata all’esordio nel Nations Championship in una condizione fisica abbastanza imbarazzante. E da lì poi nasce tutto: la difficoltà nel conquistare la linea del vantaggio, l’affanno nel rincorrere i giapponesi, la scarsa lucidità quando si arriva in zona punti.
Grande credito va dato ai Brave Blossoms, squadra tenace, ben organizzata, pulita nei gesti tecnici e anche molto passionale. Noi invece siamo stati semplicemente scarsi, troppo scarsi per essere veri.
E dopo una partita così, viene da chiedersi cosa succederà dopo, visto che tra una settimana affrontiamo degli All Blacks ancora in costruzione ma traboccanti di talento. Sono passati solo 80 minuti e l’Italia di Quesada deve già fare i conti con la necessità di buttarsi a capofitto nella risoluzione delle enormi criticità evidenziate a Tokyo.
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